
Finale di partita per 466 scuole di specializzazione in medicina: chiudono i battenti in nome della razionalizzazione che intende evitare strutture per un solo studente (o poco più); altrettanti professori non potranno più fregiarsi del titolo di direttore di scuola. I relativi posti da specializzando - in tutto 616 -, invece, restano e i loro contratti da 25mila euro l'anno verranno trasferiti a un'università capofila, cui le altre sono "aggregate".
È l'effetto della riforma di Mariastella Gelmini, varata con il decreto Miur firmato il 5 febbraio. Di tagli si salvano dieci scuole "strategiche" per il Ssn, che raccolgono la metà dei quasi 5mila specializzandi annui: anestesia, malattie dell'apparato cardiovascolare, ginecologia, chirurgia generale, medicina d'emergenza-urgenza, medicina fisica e della riabilitazione, medicina interna, pediatria, psichiatria e radiodiagnostica. Sfuggono all'accetta anche i tre atenei privati: San Raffaele di Milano, Cattolica e Campus biomedico di Roma.
Una rivoluzione che già suscita le proteste di rettori e presidi ma che, nei fatti, potrebbe rivelarsi meno urticante di quanto sembra. La riforma polarizza la formazione dei futuri specialisti attorno ai grandi atenei. Come si vede dalla tabella pubblicata a destra, La Sapienza di Roma è l'asso pigliatutto: aggrega 60 scuole (sulle 990 che restano autonome a livello nazionale) e 72 contratti, soprattutto dal centro Italia. La Statale di Milano ne accorpa 40, con 51 contratti. Al contrario alcuni atenei sono "svuotati": Foggia perde 20 scuole su 21, l'Aquila 18 su 26 delle 1.178 su cui agisce la riforma.
Tra le specialità, la sorte peggiore è per tossicologia che subisce il taglio di sei scuole su otto: chi vorrà iscriversi potrà farlo solo a Catania o a Firenze. Destino simile per audiologia e chirurgia pediatrica (attivata in soli 7 poli contro i 23 di partenza).
Quattro i parametri seguiti per l'aggregazione delle scuole, perfezionati da una commissione di esperti guidata dall'endocrinologo Aldo Pinchera: dotazione di docenti, volumi di attività della rete formativa, adeguatezza delle dimensioni della facoltà di medicina, assegnazione media di almeno tre contratti nel quinquennio 2003-2008. Requisito non vincolante, ma utilizzato per aggregare 458 scuole: ben 327 avevano un solo specializzando. «L'obiettivo - spiega Gabriella Bacchiocchi del ministero dell'Università - è avvicinare l'Italia all'Europa come totale di scuole, passando da quasi 1.600 a meno di mille. E la riforma potrà prevedere nuove strategie: dall'esame unico nazionale all'accorpamento di alcune specialità, come chirurgia pediatrica a chirurgia generale».
A dispetto dei numeri, tuttavia, sembra già pronta la contromossa: il Miur ha emanato linee guida sugli accordi interuniversitari in base alle quali la sede amministrativa delle scuole sarà quella dell'ateneo capofila, ma le tasse saranno ripartite equamente tra le università aggregate che dovranno assicurare «aule, laboratori, docenza e supporto amministrativo » della didattica. Il titolo finale di specialista sarà congiunto. E ogni facoltà dovrà nominare un responsabile per scuola, che farà parte del «comitato ordinatore » che coordina le attività.