Quei trentamila bambini strappati a mamma e papà. Il far west delle case famiglia e il fenomeno degli allontanamenti dei minori

di Flavia Landolfi e Manuela Perrone

Un esercito silenzioso di 15mila bambini vivono nei nuovi "orfanatrofi" chiamati con il più rassicurante nome di case famiglia. Altri 15mila affidati a nuovi genitori che si offrono per un periodo di occuparsi di loro. Tutti sradicati dalle proprie case, dagli affetti, spesso anche da fratelli e sorelle.
Secondo l'indagine «Bambine e bambini temporaneamente fuori dalla famiglia di origine» commissionata dal ministero del Welfare all'Istituto degli Innocenti di Firenze, alla fine del 2010 in Italia c'erano 29.309 minori allontanati dalle proprie famiglie di origine. Con un aumento del 24% rispetto al 1999. Il rapporto tace sul numero delle strutture, difficilmente mappabile anche per la velocità con cui aprono e chiudono. Una stima non recente parla di 1.800 centri con alcune Regioni (Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Sicilia) che registrano una concentrazione di 300 strutture.
«In Italia non esiste alcun database per monitorare il fenomeno del disagio minorile e delle strutture che ospitano i minori allontanati», dice Vincenza Palmieri, presidente dell'Istituto nazionale di pedagogia familiare e autrice con Antonio Guidi, ex ministro della Famiglia, e l'avvocato Francesco Miraglia del volume "Mai più un bambino" (Armando Editore).
«La parola giusta è "reclusi" - spiega la pedagogista - perché quella nelle comunità è nella maggioranza dei casi una reclusione ingiustificata, una frattura grave tra il bambino e la famiglia». Bando alle generalizzazioni, ripetono gli esperti, ricordando che ci sono strutture che funzionano e operatori eccellenti. E casi gravi di abusi in cui l'unica, logica soluzione è allontanare il bambino dalla famiglia violenta e maltrattante. Ma nella ricerca del ministero le cuase di allontanamento non sono concentrate sotto questo capitolo, ma si articolano su diverse fattispecie, tra cui non ultima, la difficoltà economica delle famiglie. Eppure anche su questo ci sarebbe da ragionare. E fare due conti: i dati del ministero parlano di un assegno medio mensile di 404 euro concesso alle famiglie affidatarie. E di un contributo alle comunità di 79 euro al giorno a bambino (nel caso di retta giornaliera unica). Per le rette differenziate, si va da 71 a 99 euro. Significa che ogni mese per ciascun minore lo Stato paga dai 2.130 ai 2.970 euro. Una somma con cui si potrebbero sostenere i nuclei familiari in difficoltà con il doppio vantaggio di aiutare gli adulti e tenere a casa i piccoli. E invece si predilige la soluzione più drastica: via i bambini. E' appena il caso di ricordare che dietro un bambino portato via dalla famiglia, c'è un provvedimento del giudice.
«I giudici - dice Francesco Morcavallo, già magistrato del Tribunale dei minori di Bologna, protagonista di un duro scontro con i colleghi proprio sul ricorso agli allontanamenti dei bambini - dovrebbero decidere sulla base di fatti provati, incompatibili con la permanenza dei bambini nelle proprie famiglie. Fatti che determinano un pericolo conclamato e gravissimo. Invece nella stragrande maggioranza di casi si decide sulla base di giudizi di personalità dei genitori, spesso superficiali, indotti da relazioni delle amministrazioni sociali quando non dalle segnalazioni delle scuole o addirittura dei vigili urbani». E' un universo complesso quello che ruota attorno a questi casi e che spesso sfugge anche ai controlli dello Stato in un reticolato di competenze che all'italiana si perde dentro i corridoi delle Regioni e dei Comuni. Insomma, chi controlla? Chi vigila?

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