
Timing e modalità non sono ancora decisi nel dettaglio, ma ormai il destino è segnato: il centro ricerche di Verona della multinazionale farmaceutica britannica GlaxoSmithKline, il più grande sito di R&S di settore in Italia con oltre 500 ricercatori, è destinato alla chiusura, forse già entro l'anno. Eccellenza che chiude i battenti in Italia, e che un tam tam politico-sindacale ieri ha previsto si sposterà in Cina, dove viene esportata parte della produzione veronese, per aprire un nuovo stabilimento Gsk. Ipotesi che a Verona smentiscono.
La casa madre ha intanto annunciato ieri da Londra una profonda ristrutturazione nelle infrastrutture e nelle attività di ricerca del gruppo, in particolare di quelle delle neuroscienze con la «cessazione delle attività in aree selezionate» come depressione e dolore. Sarà così toccato proprio il focus della ricerca veronese, consolidata nelle aree della depressione, del dolore, dei disordini del sonno, delle dipendenze da alcol, stupefacenti e fumo. Per effetto della ristrutturazione e del riposizionamento in R&S, Gsk fermerà nel mondo ben 6 centri di ricerca, uno dei quali vicino a Londra attivo nelle stesse aree di quello italiano. A livello internazionale si calcolano 4.500 dipendenti in esubero.
Con il centro Gsk di Verona chiude in Italia un altro pezzo pregiato, anzi il più pregiato, della ricerca farmaceutica. Che si aggiunge ai casi di Nerviano (Pfizer), Ibm a Pomezia (Merck Sharpe&Dohme), Catania (Wyeth). Colpendo adesso al cuore l'intera economia veronese, dove la multinazionale inglese è attiva dal 1932 con la sua filiale italiana e dove il centro ricerche è stato creato dai primi anni Settanta e successivamente ampliato fino alle dimensioni attuali. Ma con una cura dimagrante di un centinaio di ricercatori già applicata dal 2007.
Luc Debruyne, presidente e ad di Gsk Italia che in una curiosa coincidenza di tempi dai primidi gennaio ha sostituito il greco Angelos Papadimitriou, conferma l'esistenza del progetto, comunicato ieri ai dipendenti, ma nega una "pregiudiziale Italia". «L'accelerazione del programma di ristrutturazione mondiale annunciato da GlaxoSmithKline -afferma -prevede purtroppo un forte impatto per il centro ricerche di Verona ma non mette in discussione i legami dell'azienda con l'Italia e la volontà di mantenere e consolidare la propria presenza nel Paese ». E anche su tempi e impatto dell'intera operazione, dal quartier generale Gsk di Verona non si sbilanciano: «Non sono al momento disponibili ulteriori dettagli sulla portata delle ristrutturazioni previste - aggiunge Debruyne - ma ogni aggiornamento sarà comunicato con tempestività e trasparenza anzitutto ai dipendenti e alle parti sociali».
Ma il tam tam da Londra ha fatto presto a diffondersi in città, nel mezzo della campagna elettorale per le regionali. Il sindaco di Verona, il leghista Sandro Sandri, s'è detto pronto a cercare «una via d'uscita» e altrettanto chiede alla regione. Mentre i sindacati hanno contestato la scelta dell'azienda di «smantellare» un gioiello della ricerca in Italia «non sotto i colpi della crisi, ma sotto la scure di un preventivato futuro miglioramento dei margini di guadagno degli azionisti».
Che ci sia o meno una "pregiudiziale Italia" nelle scelte della multinazionale inglese, sullo sfondo c'è il "caso Italia"di politica farmaceutica. Sono stati tagliati migliaia di posti di lavoro. Ma il tavolo al ministero dello Sviluppo non ha prodotto i risultati sperati. La decisione Glaxo di chiudere vari centri di ricerca, tra i quali Verona, «impone la rapida apertura di un tavolo negoziale con lo scopo di garantire la continuità di un'attività di ricerca che coinvolge quasi 600 ricercatori e rappresenta un punto di eccellenza nella ricerca farmacologica italiana », ha detto ieri sera in una nota il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi. A giorni si aprirà un altro tavolo, quello con governo e regioni, che potrebbe riservare sorprese su prezzi e accesso ai farmaci poco gradite alle aziende.